
Un cambio di paradigma nella ricerca sull’Alzheimer prende forma dai laboratori italiani. Al centro dello studio, coordinato dall’Istituto di chimica biomolecolare del Cnr, c’è l’idea di non inseguire soltanto la rimozione diretta delle placche amiloidi, ma di rafforzare i meccanismi endogeni di difesa del cervello, sostenendo l’immunità innata attraverso una piccola molecola di sintesi definita “smart”.
La ricerca, condotta in collaborazione con il Dipartimento di Biologia dell’Università degli Studi di Napoli Federico II, l’Università Campus Bio-Medico di Roma e l’IRCCS Fondazione Santa Lucia, è stata pubblicata sul Journal of Neuroinflammation. Al centro dei risultati c’è Sulfavant A, un composto di sintesi brevettato dal Cnr, già oggetto di studi precedenti per la sua capacità di potenziare le difese naturali dell’organismo nel trattamento di alcune forme tumorali, come il melanoma, e nel contrasto ad agenti patogeni batterici.
Nei modelli preclinici, Sulfavant A ha dimostrato di modulare in modo selettivo l’attività della microglia, le cellule immunitarie residenti nel sistema nervoso centrale deputate alla sorveglianza e alla rimozione dei detriti cellulari e degli aggregati proteici. Un aspetto cruciale nel contesto dell’Alzheimer, dove l’accumulo extracellulare del peptide beta-amiloide può aggregare in placche, contribuendo alla neurotossicità e alla progressiva perdita neuronale, uno dei tratti patologici distintivi della malattia, oggi la forma più diffusa di patologia neurodegenerativa.
Il trattamento con Sulfavant A ha portato a una riduzione significativa – e in parte a una prevenzione – della formazione delle placche amiloidi, con un effetto protettivo sui neuroni e un miglioramento delle funzioni cognitive legate alla memoria. Risultati che aprono scenari promettenti non solo per l’Alzheimer, ma anche per altre malattie neurodegenerative.
«Il lavoro suggerisce un vero e proprio cambio di prospettiva nel trattamento della malattia – spiega Angelo Fontana, direttore del Cnr-Icb e coordinatore del team –: non concentrarsi esclusivamente sulla rimozione diretta delle placche amiloidi, ma sostenere e potenziare i meccanismi di difesa del cervello, con particolare attenzione al ruolo dell’immunità innata».
Un approccio alternativo, dunque, che punta a rafforzare la funzione della microglia e i processi di “clearance” già presenti nel cervello, intervenendo nelle fasi più precoci della malattia, prima della comparsa dei sintomi clinici. «L’obiettivo – prosegue Fontana – è aumentare l’efficienza di questi meccanismi in modo selettivo, senza limitarsi alla distruzione diretta dei depositi amiloidi».
Nonostante i progressi degli ultimi anni, le terapie oggi disponibili per l’Alzheimer restano limitate, rendendo prioritario lo sviluppo di strategie innovative capaci di agire sui meccanismi di base della patologia. In questo quadro, lo studio mostra come Sulfavant A sia in grado di incrementare la capacità fagocitaria della microglia, modulandone l’attività in modo mirato nelle fasi iniziali della malattia.
«Nei modelli preclinici di Alzheimer – spiega Marcello D’Amelio, responsabile dell’Unità di neuroscienze molecolari dell’Università Campus Bio-Medico di Roma e della sperimentazione preclinica – il trattamento con Sulfavant A ha determinato una marcata riduzione delle placche di beta-amiloide, una diminuzione dei segni di degenerazione neuronale e un miglioramento significativo delle prestazioni nei test di memoria e apprendimento. I dati suggeriscono che il sostegno alla funzione microgliale, accanto a un intervento diretto sui depositi amiloidei, possa contribuire al ripristino di un equilibrio fisiologico compromesso nelle fasi di malattia».
I risultati indicano dunque che il potenziamento dell’immunità innata cerebrale rappresenta una strategia terapeutica promettente e complementare agli approcci tradizionali. «La ricerca, sostenuta da finanziamenti europei e della Regione Campania – conclude Fontana – proseguirà ora verso la validazione clinica. L’auspicio è il coinvolgimento di partner privati, con l’obiettivo di sviluppare interventi terapeutici sicuri ed efficaci per la malattia di Alzheimer».









