
Per molto tempo l’Alzheimer è stato raccontato come una strada senza ritorno. Una diagnosi che segnava l’inizio di un percorso doloroso, fatto di piccoli addii quotidiani, di ricordi che svaniscono, di volti che diventano estranei. La scienza ha lavorato per rallentare questo cammino, per contenerlo, per trovare modi di prevenirlo. Ma l’idea che la malattia potesse addirittura “tornare indietro” sembrava, fino a ieri, impossibile.
Oggi, invece, qualcosa sta cambiando.
Uno studio pubblicato sulla rivista Cell Reports Medicine ha acceso una luce nuova su questo scenario. I ricercatori hanno osservato che, nei topi, è possibile non solo bloccare l’Alzheimer, ma perfino invertire alcuni dei suoi meccanismi più profondi. Non si parla ancora di una cura, ma di una possibilità concreta che fino a poco tempo fa non esisteva nemmeno nel vocabolario della malattia.
Tutto ruota attorno a una piccola molecola dal nome tecnico, ma dal ruolo fondamentale: il NAD+. È una sorta di “carburante” delle cellule, indispensabile per produrre energia e per mantenere attivi i meccanismi vitali del nostro organismo.
Con l’avanzare dell’età, i livelli di NAD+ calano naturalmente. Ma nei cervelli colpiti dall’Alzheimer questo calo è molto più drastico. Le cellule nervose si ritrovano così in una condizione di vera e propria “fame energetica”: non hanno abbastanza forza per funzionare, per comunicare tra loro, per sopravvivere a lungo. È proprio qui che i ricercatori hanno deciso di intervenire.
Quando il cervello sorprende
Per studiare la malattia, gli scienziati hanno ricreato l’Alzheimer nei topi, inducendo le stesse alterazioni genetiche che, nell’uomo, portano alla formazione delle proteine amiloide e tau. Gli animali hanno cominciato a perdere memoria, capacità cognitive e orientamento, mostrando un quadro molto simile a quello dei pazienti umani.
Poi è arrivato il passaggio decisivo: attraverso un farmaco sperimentale, i ricercatori hanno riportato i livelli di NAD+ nel cervello a un equilibrio normale.
Il risultato è stato sorprendente. Nei topi ancora sani, il trattamento ha impedito alla malattia di svilupparsi. Ma in quelli già malati è accaduto qualcosa di ancora più inatteso: il cervello ha iniziato a “riprendersi”. Le funzioni cognitive sono tornate, i parametri biologici si sono normalizzati e i segni della malattia sono regrediti.Come se il tempo, almeno in parte, avesse fatto un passo indietro.
Una nuova parola: possibilità
Gli scienziati sono cauti, come è giusto che sia. Serviranno ancora studi, test clinici e anni di lavoro per capire se questi risultati potranno essere trasferiti all’uomo. Ma il messaggio che arriva dai laboratori è forte e chiaro: forse l’Alzheimer non è per forza una condanna definitiva.
Non siamo ancora davanti a una cura. Ma siamo davanti a qualcosa che mancava da troppo tempo nel racconto di questa malattia: la possibilità di un futuro diverso.









