L'adozione internazionale attraversa una delle fasi più delicate della sua storia. A raccontarlo sono i numeri diffusi dalla Commissione per le Adozioni Internazionali, che fotografano una realtà profondamente cambiata rispetto a vent'anni fa.
Nel 2025 sono stati 664 i bambini entrati in Italia attraverso l'adozione internazionale, contro i 691 dell'anno precedente. Ancora più significativo il dato relativo alle coppie: le domande presentate sono passate da 536 nel 2024 a 527 nel 2025, confermando un trend in costante diminuzione. A cambiare, però, non sono soltanto i numeri.
Oggi circa il 70% dei minori adottabili rientra nella categoria degli "special needs": bambini più grandi, gruppi di fratelli, piccoli con patologie, disabilità o vissuti particolarmente complessi. Una trasformazione che rende il percorso adottivo ancora più impegnativo, ma anche più ricco di valore umano.
Pesano i costi, i tempi burocratici, la maggiore diffusione delle tecniche di procreazione medicalmente assistita e, in molti Paesi, la diminuzione dei bambini dichiarati adottabili grazie al miglioramento dei sistemi di protezione dell'infanzia. Accanto a questo, gli scandali che negli anni hanno coinvolto alcuni Stati hanno inevitabilmente alimentato diffidenza e rallentamenti.
Eppure, dietro ogni pratica, ogni decreto e ogni attesa, continua a esserci una storia di vita. Per comprenderne il significato più autentico abbiamo incontrato Marina Virgillito, presidente di ASA – Associazione Solidarietà Adozioni, ente autorizzato dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri che da quasi trent'anni accompagna le famiglie italiane nel percorso dell'adozione internazionale. In questi anni ASA ha contribuito all'arrivo in Italia di oltre 1.400 bambini, costruendo migliaia di storie familiari.
Presidente, l'adozione internazionale è cambiata molto negli ultimi anni. Qual è oggi il suo vero significato? «Dal 1998, con il recepimento della Convenzione dell'AJA, è cambiata completamente la prospettiva. Oggi non si parla più del diritto degli adulti ad avere un figlio, ma del diritto del bambino ad avere una famiglia. È questo il principio che guida tutto il sistema adottivo: garantire ai minori privi di un contesto familiare stabile la possibilità di crescere in un ambiente affettivo capace di accompagnarli nel loro sviluppo.»
Oggi possono adottare anche i single. Cosa cambia? «La recente sentenza della Corte Costituzionale ha aperto questa possibilità anche ai single. È un cambiamento importante perché amplia le opportunità per tanti bambini che attendono una famiglia. L'obiettivo resta sempre lo stesso: offrire una risposta ai bisogni del minore.»
Perché le adozioni internazionali sono diminuite così tanto? «Le ragioni sono diverse. Sicuramente incidono i progressi della medicina nella procreazione assistita, ma ci sono anche fattori politici, economici e sociali nei Paesi d'origine. Molti Stati hanno rafforzato i propri sistemi di tutela dell'infanzia e oggi dichiarano adottabili meno bambini rispetto al passato. È un cambiamento che, da un certo punto di vista, rappresenta anche un segnale positivo.»
Molti pensano che adottare sia un percorso interminabile. «È un luogo comune. Esiste certamente un iter rigoroso, ma è necessario perché serve a valutare la capacità genitoriale delle persone che si candidano all'adozione. Dopo la dichiarazione di disponibilità al Tribunale per i Minorenni, normalmente entro un anno si ottiene il decreto di idoneità. È un percorso serio, ma costruito nell'interesse dei bambini».
Oggi il profilo dei bambini adottabili è molto diverso rispetto al passato. «Sì. L'età media è aumentata e molti bambini arrivano in famiglia quando hanno già sei o sette anni. Spesso fanno parte di gruppi di fratelli che si cerca in ogni modo di non separare. Questo richiede famiglie preparate ad accogliere vissuti complessi e storie difficili.»
Le famiglie siciliane hanno caratteristiche particolari? «Assolutamente sì. Le coppie siciliane sono molto apprezzate anche all'estero perché mostrano una straordinaria disponibilità ad accogliere fratelli e gruppi familiari. È una sensibilità che molti Paesi riconoscono e valorizzano.»
Dopo quasi trent'anni di attività, quale storia porta ancora nel cuore? «Sono tantissime. Ma quelle che mi emozionano di più riguardano sempre i fratelli. Crescendo, molti ragazzi sentono il bisogno di conoscere le proprie origini e ritrovare i fratelli biologici. È un diritto riconosciuto dalla legge e rappresenta un passaggio fondamentale anche dal punto di vista psicologico. Aiutare le famiglie ad accompagnare questi percorsi significa completare davvero il progetto adottivo.»
Qual è il suo sogno per il futuro? «Il mio desiderio più grande sarebbe che un giorno l'adozione non fosse più necessaria. Vorrebbe dire che nessun bambino viene più abbandonato. Fino a quel momento continueremo a lavorare perché ogni bambino possa crescere in una famiglia capace di amarlo. Che sia una coppia o un single, ciò che conta è che ci sia qualcuno disposto a prendersi cura di lui o di lei. Perché un bambino che cresce nell'amore diventa un adulto capace di amare gli altri.»









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