ASP Enna, etnopsichiatria e telemedicina: quasi 300 anziani assistiti attraverso la telemedicina, 8 utenti stranieri con disagio psichico inseriti in comunità alloggio e quasi 1500 prestazioni erogate dell'ambulatorio di etnopsichiatria a beneficio degli utenti presi in carico Il bilancio del progetto conferma un modello di cura che unisce sanità, inclusione e prossimità sociale
Quasi 300 anziani seguiti attraverso la telemedicina, 8 migranti inseriti in comunità presi in carico e quasi 1500 prestazioni erogate nei percorsi di etnopsichiatria: sono i dati che segnano il bilancio finale del progetto promosso dall’ASP di Enna e presentato il 18 febbraio nella sede di Viale Diaz. Un’esperienza che ha integrato sanità pubblica, assistenza territoriale e mediazione culturale, offrendo risposte concrete alle nuove fragilità sociali.
Il servizio di assistenza socio-sanitaria in telemedicina ha garantito monitoraggio clinico e continuità terapeutica a quasi 300 anziani, consentendo interventi tempestivi, riduzione degli accessi impropri alle strutture sanitarie e un sostegno costante contro isolamento e solitudine.
Parallelamente, il servizio di etnopsichiatria ha preso in carico decine di utenti ed inserito in comunità alloggio 8 migranti provenienti da contesti di guerra, offrendo supporto psicologico e psichiatrico, assistenziale e sociale, attraverso un approccio interculturale e multidisciplinare, capace di affrontare traumi complessi e difficoltà di integrazione.
Alla conferenza stampa erano presenti Ennio Ciotta, Direttore Generale dell’ASP di Enna, Massimo Campisi, DEC del progetto, Marta Alleruzzo, Coordinatrice Area Disabilità del Consorzio Umana Solidarietà, Vania Marchionna, Responsabile progetti mainstreaming PNRR, e Alberto Spitale, Presidente del Consorzio Umana Solidarietà.
«Questo progetto dimostra che la sanità pubblica può essere davvero vicina alle persone- ha commentato Ciotta - non solo con le competenze cliniche ma con una presenza concreta nei contesti di vita. Ridurre le disuguaglianze e garantire dignità e accesso alle cure anche ai più fragili è la sfida che abbiamo raccolto».
Per Massimo Campisi, l’integrazione tra servizi sociali e sanitari ha permesso una presa in carico globale della persona. «Non si è trattato solo di erogare prestazioni – ha detto - ma di costruire percorsi di autonomia e inclusione, soprattutto per chi vive condizioni di fragilità estrema».
Per Marta Alleruzzo, che ha parlato rappresentando tutte le équipe professionali e gli operatori impegnati nelle diverse azioni del progetto, la telemedicina e l’etnopsichiatria hanno funzionato perché, dietro la tecnologia e i protocolli, c’è stato un forte impegno umano. Sono state proprio le persone coinvolte, con il loro lavoro quotidiano e la collaborazione tra competenze diverse, a costituire il vero cuore pulsante dell’iniziativa.
Il progetto, finanziato nell’ambito delle politiche di coesione europee, è stato realizzato grazie alla collaborazione tra ASP di Enna, Consorzio Umana Solidarietà s.c.s., cooperativa sociale Il Melograno e partner istituzionali e territoriali.
L’esperienza ha dimostrato come la salute mentale e l’assistenza socio-sanitaria non possano essere separate dalle condizioni sociali, culturali e relazionali delle persone, soprattutto in un contesto segnato da migrazioni forzate e invecchiamento della popolazione.
L’esperienza dell’ASP di Enna si propone oggi come modello replicabile, capace di coniugare innovazione tecnologica e prossimità sociale. La telemedicina ha ridotto le distanze nell’accesso alle cure, mentre l’etnopsichiatria ha costruito ponti tra culture, trasformando la salute mentale in uno spazio di inclusione.
La conferenza conclusiva ha rappresentato non solo una rendicontazione istituzionale, ma la testimonianza concreta di una sanità che, mettendo al centro la persona, diventa strumento di coesione sociale.
Perché la cura, quando è accessibile e interculturale, diventa un diritto reale e condiviso.










