Nel panorama delle neuroscienze europee, il prof. Francesco Patti rappresenta una delle figure più autorevoli: neurologo di punta, professore ordinario di Neurologia all’Università di Catania e direttore del centro di Sclerosi Multipla del Policlinico “G. Rodolico – San Marco”.
Da oltre trent’anni è un riferimento scientifico per le principali malattie neurodegenerative, grazie a un lavoro che ha contribuito a trasformare l’approccio terapeutico, diagnostico e organizzativo nella neurologia contemporanea.
Nel centro che dirige, oggi tra i più avanzati del Sud Italia, ha costruito un modello basato su innovazione farmacologica, presa in carico multidisciplinare e diagnosi precoce, integrando ricerca e clinica in una visione che mette al centro la qualità di vita del paziente. La sua attività – riconosciuta a livello internazionale – abbraccia le nuove terapie ad alta efficacia per la sclerosi multipla, gli anticorpi monoclonali per l’Alzheimer, l’utilizzo dei biomarcatori e la necessità di un sistema sanitario capace di connettere ospedale e territorio.
Professore, lei è considerato una delle massime autorità italiane ed europee nello studio della sclerosi multipla. Come nasce questa specializzazione e quali sono state le tappe decisive del suo percorso? «La sclerosi multipla ha rappresentato per me una vera svolta professionale. Quando ho iniziato, negli anni ’90, la malattia era sinonimo di disabilità grave. L’arrivo dell’interferone – che in Sicilia abbiamo iniziato a usare un po’ prima del resto d’Italia – ha cambiato tutto. Il Policlinico è diventato un punto di riferimento perché abbiamo costruito un centro capace di attrarre pazienti da tutta la regione, offrendo speranza e cure fino ad allora impensabili. Da quel momento in poi l’impegno sulla ricerca, sulla diagnosi precoce e sull’accesso alle terapie innovative è diventato parte del mio percorso quotidiano».
La sclerosi multipla è una patologia in continua evoluzione terapeutica. Quali sono oggi le frontiere più promettenti? «Oggi abbiamo 24 farmaci approvati e rimborsati e terapie sperimentali che stanno rivoluzionando il decorso della malattia. Parlo di trattamenti “highly effective”, ad alta efficacia: se utilizzati molto precocemente, anche prima del primo attacco clinico, possono arrestare la malattia nell’80% dei casi per anni. È un cambiamento epocale: quando ho iniziato vedevo moltissime carrozzine; oggi, su oltre 4.200 pazienti che seguiamo, solo poche decine ne hanno necessità. Questo ci fa capire quanto la ricerca abbia cambiato la vita delle persone».
Quali sono le innovazioni più rilevanti per malattie come Alzheimer e le altre che causano un decadimento cognitivo? «Per decenni abbiamo avuto solo farmaci che modulavano i neurotrasmettitori. Oggi siamo davanti a una nuova stagione: l’arrivo degli anticorpi monoclonali che rimuovono l’amiloide dal cervello. Ci consentono di intervenire prima del deterioramento clinico, quando i sintomi non sono ancora misurabili ma i biomarcatori indicano un rischio elevato. Non è la cura definitiva, ma è una speranza concreta di rallentare un processo che fino a ieri sembrava inarrestabile».
La neurologia richiede rigore scientifico ma anche grande empatia. Qual è il ruolo dell’ascolto nel percorso di cura? «L’ascolto è una parte decisiva del lavoro. La neurologia riguarda malattie croniche, spesso sfidanti, che accompagnano il paziente per decenni. La relazione medico-paziente non può basarsi solo sui farmaci: serve un canale aperto, continuativo, rispettoso. Anche la telemedicina potrebbe avere un ruolo, ma deve essere strutturata in modo serio. Il paziente deve sentirsi accolto, non lasciato da solo davanti a uno schermo».
Quanto è importante integrare ricerca clinica, tecnologia e approccio multidisciplinare nella cura della sclerosi multipla e delle malattie degenerative? «È fondamentale. Ospedali e territorio devono dialogare: la cura non può essere confinata dentro una struttura. La parola chiave è prossimità. Se il sapere resta concentrato nei grandi centri, il paziente è costretto a viaggi impossibili – penso a chi arriva dalla Sicilia occidentale».
Perché in Sicilia e in Italia la prossimità sanitaria fa ancora fatica a decollare? «Perché abbiamo concentrato il sapere in pochi grandi ospedali e non abbiamo costruito veri ponti verso il territorio. Il Policlinico, il Cannizzaro, il Garibaldi sono eccellenze, ma non possono – e non devono – farsi carico da soli di tutto il carico assistenziale neurologico. Il problema è duplice: Gli ospedali sono progettati per gli acuti, non per la gestione cronica e complessa di malattie che richiedono continuità, monitoraggio, presa in carico. E poi il territorio non è ancora attrezzato per accogliere competenze specialistiche. Per fare prossimità servono specialisti che vadano nel territorio a cadenza regolare – ogni mese o ogni due – e colleghi territoriali che vengano dentro gli ospedali per aggiornarsi. Uno scambio vero, osmotico. Solo così si crea una rete che funziona».
Come dovrebbe funzionare davvero un ospedale di prossimità? «Un paziente che parte da Trapani per un farmaco non disponibile nel suo ospedale è un fallimento del sistema. Ed è un dolore umano enorme. La prossimità deve eliminare questo tipo di sofferenza. Quando parlo di ospedale di prossimità, non mi riferisco a una struttura periferica qualunque. Per me deve essere un luogo realmente vicino alla vita delle persone, un presidio facilmente raggiungibile che intercetti i bisogni prima che si trasformino in emergenze. Non basta aprire un ambulatorio generico: servono specialisti dedicati, professionisti che conoscano a fondo patologie complesse come le nostre e che lavorino in costante collegamento con i centri di riferimento. Il dialogo tra ospedale e territorio deve essere rapido e continuo, non affidato al caso. Anche la telemedicina non può essere improvvisata. Non è lo scambio di e-mail fuori orario: è un sistema che va strutturato con strumenti adeguati, personale formato e postazioni dedicate, perché solo così può davvero aiutare i pazienti. Un ospedale di prossimità, inoltre, deve garantire percorsi diagnostici completi. Non possiamo continuare a costringere le persone a spostarsi per centinaia di chilometri per esami che potrebbero fare vicino casa».
Guardando al futuro, quali sono le sfide più urgenti per la neurologia italiana? «Tre soprattutto: la diagnosi precoce, indispensabile per cambiare il destino delle malattie; lo sviluppo di nuove terapie, soprattutto per le patologie neurodegenerative; e la formazione dei giovani medici. Se non valorizziamo la ricerca e non investiamo nelle nuove generazioni, il sistema non reggerà l’impatto di una popolazione sempre più anziana e di malattie sempre più complesse».
.jpeg)









