Il Pronto Soccorso è la prima linea della sanità, il luogo in cui si decide la vita in pochi minuti. A Catania, il Dipartimento di Emergenza e Urgenza dell’Arnas Garibaldi, diretto dal professore Giovanni Ciampi, rappresenta un modello di riferimento per organizzazione, innovazione e capacità di risposta. Sud Salute ha incontrato il direttore proprio all’interno del suo “quartier generale” per una conversazione che è insieme bilancio e sguardo al futuro.
Professore Ciampi, oggi com’è lo stato di salute del pronto soccorso? “Possiamo dire che il Pronto Soccorso oggi gode di ottima salute. Un paio d’anni fa è stata inaugurata una struttura nuova, moderna e tecnicamente avanzata, su quattro livelli per 6.400 metri quadrati, progettata per l’emergenza a 360 gradi. Al piano terra troviamo la camera calda, che consente l’accesso diretto dei mezzi di soccorso per il primo soccorso critico; è presente una angio-TAC schermata a piombo, integrata con percorsi angiografici e TAC, una dotazione quasi unica in strutture pubbliche italiane.
Poi, nella fascia sotto la radiologia, è posizionato il blocco operatorio d’emergenza con tre sale attrezzate, oltre a una sala operatoria al piano zero dedicata all’intervento tempestivo su stroke e traumi. La struttura ospita anche stanze isolate per patologie infettive e un reparto con 16 posti letto in cui direzione e gestione avvengono in modo integrato. In questo spazio — che è antisismico, tecnologico e a basso consumo energetico — l’emergenza viene affrontata con rapidità e completezza. Siamo molto apprezzati a livello cittadino e aziendale, e questo riconoscimento ci spinge ogni giorno a migliorare ulteriormente”.
Nel nuovo blocco ci sono angio-TAC, sale operatorie per traumi, zona di biocontenimento. Quanto incidono queste dotazioni sulla risposta in emergenza? “Sono strumenti che ci consentono di intervenire in tempi ridotti su patologie rilevanti, offrendo un servizio di eccellenza”.
Parliamo di criticità: personale e turnazioni restano un punto dolente? “Come in tutti i pronto soccorso, le difficoltà esistono. Non tutti i medici scelgono di lavorare in emergenza perché è un lavoro usurante, che richiede passione. Tuttavia ci sono concorsi in corso per completare l’organico. Sono fiducioso: il nostro pronto soccorso diventerà sempre più attrattivo”.
Catania è un’area metropolitana vasta, il rapporto con il 118 e i servizi territoriali è centrale. Com’è la sinergia? “C’è una grande collaborazione, nonostante le difficoltà legate al numero ridotto di mezzi. Con dedizione e spirito di abnegazione si riesce comunque a fronteggiare l’emergenza”.
La Sicilia soffre di tagli al bilancio. Quali prospettive intravede? “Il problema riguarda tutta l’Italia. Si sta lavorando molto sulle liste d’attesa, ma bisogna fare attenzione: ridurre i tempi non può andare a scapito delle aree di emergenza. Servono risorse, fondi, incentivi e più posti letto dedicati”.
Formazione e futuro: i giovani medici scelgono l’emergenza-urgenza? “Non abbastanza. Nonostante i concorsi, molti posti restano scoperti. C’è paura del pronto soccorso, non per mancanza di competenze ma per il carico emotivo e fisico. È un lavoro che bisogna amare profondamente: grandi sacrifici, ma anche immense soddisfazioni”.
C’è un caso che ricorda con più emozione? “Dopo 35 anni di servizio sono tanti. Ma il momento più bello è sempre quando un paziente torna a casa con un sorriso e dice “grazie”. In quel momento capisci che hai restituito vita”.2
Lei ha parlato spesso di formazione: cosa insegna ai suoi studenti? “Prima di tutto a mettere il cuore. Parlare col cuore, essere disponibili verso il paziente: è lui che ci permette di migliorarci”.
Se parliamo di numeri? “Il mio pronto soccorso eroga circa 60.000 prestazioni all’anno, con 1.000 ricoveri in reparto e altrettanti dal blocco operatorio. Siamo un punto di riferimento centrale per la città, attrattivi e facilmente raggiungibili”.
Un’ultima domanda che appello si sente di fare alle istituzioni per poter migliorare il nostro sistema sanitario, secondo lei di cosa ha bisogno? “Servono grandi centri di emergenza, non piccoli pronto soccorso sotto casa. Catania ha bisogno di strutture integrate, ospedali riuniti che mettano insieme professionalità diverse. Solo così si può garantire un servizio di eccellenza. Il pronto soccorso va vissuto con passione, è un lavoro che non finisce mai. La vera vittoria è restituire vita e speranza ai pazienti. Ma perché il sistema funzioni, servono strutture, risorse e soprattutto rispetto per chi ogni giorno lavora in prima linea”.
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