
Mentre in Sicilia scorrono fiumi di prosecco per inaugurazioni, festival, parate e luminarie, domenica 6 luglio a Marina di Riposto il brindisi aveva un retrogusto diverso: quello della lotta. Niente passerelle, nessun palco per influencer e politici in cerca di applausi facili. Solo donne, madri, operatori sanitari e cittadini comuni raccolti attorno a un obiettivo semplice e insieme gigantesco: impedire la chiusura del Centro di Cardiochirurgia Pediatrica di Taormina.
A guidare l’iniziativa, l’associazione Donne del Vino presieduta da Roberta Urso, che ha scelto il vino – simbolo di vita, terra e comunità – per parlare di bambini, cuore e speranza. Un binomio insolito solo all’apparenza, perché oggi ci vuole coraggio anche solo per tentare di salvare ciò che dovrebbe essere intoccabile.
Il CCPM (Centro di Cardiochirurgia Pediatrica Mediterranea) non è un ambulatorio qualunque. È un’eccellenza riconosciuta, un punto di riferimento per tutta l’Italia meridionale. È il luogo in cui ogni anno centinaia di neonati e bambini affetti da gravi cardiopatie vengono operati con successo da équipe mediche di altissimo livello. Un presidio che – se avesse avuto sede a Milano o Bologna – sarebbe probabilmente già inserito tra i centri da esportare in Europa. Ma è a Taormina. E quindi si chiude.
L’appello delle madri
Ai nostri microfoni è intervenuta anche la presidente del Comitato dei Genitori del CCPM Maria Concetta Rabuazzo. Occhi lucidi, voce ferma. Ha raccontato cosa significa, concretamente, vivere ogni giorno con un figlio affetto da una patologia cardiaca. Significa convivere con la paura. Con la necessità di risposte immediate, interventi tempestivi, monitoraggi continui. Ogni secondo perso può costare una vita. E se chiudono Taormina, quei secondi si moltiplicano, si allungano, si perdono tra un viaggio e l’altro. E con loro, si perdono i loro figli.
E poi ci sono le ricadute collaterali, come le chiamerebbero nei ministeri: padri e madri costretti a trasformarsi in viaggiatori della speranza, con tutto ciò che ne consegue. Permessi da lavoro che si accumulano come cambiali; datori sempre meno comprensivi; famiglie disgregate dalla distanza. “E tutto questo – aggiunge – per curare una malattia che poteva essere trattata a un’ora da casa.”
L’isola degli sprechi e dei tagli
Quello che indigna di più, però, è il contesto. La Regione Sicilia – la stessa che in nome della promozione culturale stanzia milioni per concertoni e fuochi d’artificio – oggi non riesce a trovare le risorse per salvare un centro che salva vite. E parliamo di un centro già esistente, già funzionante, già eccellente. Non di una cattedrale da costruire nel deserto.
È il paradosso del nostro tempo: si invocano strutture per evitare i viaggi fuori regione, si lanciano piani per ridurre la mobilità sanitaria, si promettono territori autosufficienti. Ma quando un’eccellenza c’è, la si chiude. O peggio: la si lascia morire per mancanza di “coperture”.
Il cuore non si taglia
A Marina di Riposto si è brindato. Ma non alla chiusura di un progetto o all’inaugurazione di un centro commerciale. Si è brindato alla dignità. Alla speranza. Alla lotta civile di chi non si arrende.
Nel silenzio assordante delle istituzioni, queste donne – e questi genitori – hanno deciso di alzare la voce. E finché lo faranno, non sarà solo una battaglia per un centro medico. Sarà una battaglia per un’idea di Sicilia diversa: dove non tutto ciò che è utile dev’essere per forza sacrificabile. Dove la vita di un bambino non vale meno di un palco estivo.
E allora sì, brindiamo. Ma con un nodo in gola. Perché finché bisogna scendere in piazza per difendere un reparto che salva vite, c’è poco da festeggiare e molto da spiegare.









